Archivio per la categoria ‘Minimum Fax’

Tetano, Alessio Torino

8 settembre 2011

 

 

 

Tetano è il romanzo del latinista Alessio Torino pubblicato da Minimum Fax nel maggio del 2011.

 

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. Il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse: soprattutto la costruzione di una zattera, denominata Grande Troia, che regolarmente affonda non appena costruita, costringendoli ogni volta a un nuovo impegno per la ricerca di materiali più adatti, che vengono rubacchiati qua e là.

Nessuno pensa, o confessa, che comunque la zattera non può navigare verso i lontani orizzonti vagheggiati, perché il torrente su cui dovrebbe galleggiare s’immette in una diga. Conati di fuga e baratri di frustrazione. L’avventura va dunque cercata non in un irraggiungibile altrove, ma nel paese e nei boschi, che, come i ragazzi scoprono o credono di scoprire, sono battuti da individui temibili, che li inseguono e li minacciano per sabotare le loro iniziative.

Questo l’ambiente descritto dall’autore nel suo romanzo. Torino, autore di Undici decimi (Italic-Pequod 2010), che vinse il Bagutta opera prima, è latinista a Urbino, e studioso di Plauto, da cui forse ha imparato il rigore linguistico. Ma qui dà anche prova di rigore costruttivo: il romanzo altema callidamente i tempi, così che i personaggi sono di solito raccontati come ragazzini, ma talora appaiono ormai diventati adulti, e con figli, e la storia si polarizza fra il personaggio soprannominato “Tetano” e il narratore.

La vicenda che fa da connettivo è la morte del padre del protagonista, straziato dal cancello elettrico della vetreria in cui lavora, centro e punto di riferimento del paese. Il trauma per il tragico episodio, oltre a procurargli una poco solenne dissenteria, gl’impedisce di accettare la morte del padre, e tutto il paese asseconda con pietose invenzioni il suo autoinganno.

Il narratore vorrebbe portare l’amico alla verità, ma al momento buono non osa. Tetano pare ormai incistato nel suo mondo fantastico, impegolato nelle storie e nelle superstizioni del paese, mentre il narratore pensa di avere ormai compiuto lo strappo, e abbandona alle ruspe di un’impresa stradale la casa dei nonni, ricettacolo di ricordi e di affetti. Poi le posizioni tornano a cambiare. Eredita il posto del padre alla vetreria, e il narratore ha l’impressione d’essere rimasto lui l’unico “Tetano”. Ma i cimeli, i ricordi, come salvarli e perché?

E così poco quello che possiamo portare in salvo. E così danneggiato.

Eppure questo poco tanto danneggiato costituisce un legame inscindibile e straziante con il paese dell’infanzia.

 

 

 

Il testo è la recensione di Cesare Segre pubblicata dal Corriere della Sera

 

 

 

Il libro

Alessio Torino, Tetano, Minimum Fax, Roma, 2011

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

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Reykjavik City of Literature

5 settembre 2011

 

 

 

Di seguito riprendo un post pubblicato dal blog Minima & Moralia (casa editrice Minimum Fax).

 

Questo articolo è uscito su Repubblica in versione ridotta. Giorgio Vasta ci racconta la Notte della Cultura a Reykjavik, capitale di un paese di ghiaccio che registra i consumi culturali più alti d’Europa.

 


Arrivando in Laugavegur, la via più signorile di Reykjavík, appoggiata a un albero c’è una bicicletta di lana multicolore. La gente passando sorride, accarezza il sellino o il manubrio e poi prosegue in direzione di Tjörnin, il lago cittadino. Fin dalla mattina, in contemporanea con la tradizionale maratona, dal museo nazionale a quello d’arte fino alle gallerie del centro tutte le mostre sono aperte e a ingresso gratuito. Le strade sono già affollate, i locali sono pieni e si fa la fila per entrare nelle case private in cui vengono offerti waffles e caffè.
È il 20 agosto e a Reykjavík si celebra la quindicesima edizione della Notte della Cultura. Un appuntamento che si colloca lungo una sorprendente progressione di risultati. In questo momento infatti l’Islanda è il paese che registra i consumi culturali più alti in Europa, nel prossimo mese d’ottobre sarà l’ospite d’onore della Buchmesse di Francoforte e il 4 agosto Reykjavík è stata designata dall’Unesco City of Literature. L’impressione è che alle eruzioni dell’ineffabile Eyjafjallajökull e del Grímsvötn si accompagni un’ulteriore inarrestabile emissione di materia culturale.
Lungo la Skólavörðustígur ci sono molte famiglie, di fatto il motore della società islandese. L’attenzione nei confronti dei bambini è costante, è un valore collettivo. Sono dappertutto, le bandane gialle a riparare le teste dal sole; partecipano agli spettacoli di marionette, studiano il cielo attraverso i telescopi messi a disposizione dall’Astronomy Club di Seltjarnarnes e si divertono a ricevere i free hugs, gli abbracci solidali che un gruppo di volontari distribuisce ai passanti.
Osservando la gente colpisce la provenienza disparata. C’è la middle class così come i ceti popolari, anche se distinzioni di questo genere in Islanda valgono poco dato che la componente rurale appartiene a ogni classe sociale.
Úlfar Bragason – head of department presso l’Árni Magnússon Institute for Iceandic Studies, il principale centro per l’insegnamento e la diffusione della lingua e della letteratura islandese – mi spiega che questa condizione ha in Islanda precise origini storiche. Quando all’indomani della seconda guerra il paese si scoprì di colpo ricco, non rimosse il sapere rurale; al contrario non solo quella visione del mondo resistette ma i farmers vennero percepiti come eroi, esempi del “self-educated man”, cerniere umane che saldavano il patrimonio originario a un presente in metamorfosi. Ne discende un tessuto sociale sostanzialmente omogeneo e un accesso alla cultura trasversale.
Nel corso della giornata lungo le strade vengono allestiti i flea market, gli stand metallici sono stipati di abiti anni ’60 , i tavoli sono pieni di piatti e di ciotole in ceramica decorata, lo stesso vasellame visibile oltre i vetri della maggior parte delle finestre (le finestre senza tende, o con le tende sempre aperte, oltre a corrispondere a una concreta esigenza di luce sono in Islanda uno stile di vita; a costo di rischiare un’ingenua idealizzazione si può dire che sono parte di una strutturale disponibilità alla trasparenza).
Alla National Gallery ancora famiglie al completo attendono l’inizio del workshop focalizzato su temi ispirati all’opera di Louise Bourgeois, le cui opere sono attualmente in mostra. Nello stesso momento si forma un capannello di gente che sulla Vesturgata osserva un gruppo di fabbri impegnati a lavorare il ferro. Poco dopo nella Golden Room dell’Hotel Borg lezioni di tango gratis per tutti. Intanto in Bergstaðastraeti una bambina con i capelli color vampa ordina sul marciapiede la sua esposizione di frammenti di giocattoli.
Mi rendo conto che nel complesso di questa proposta c’è qualcosa di geometricamente caotico, una vitalità sospetta e disorientante.
Bragason mi chiarisce che la Notte della Cultura, in quanto evento importato sul modello delle notti bianche europee, ha più che altro un valore strumentale e non intrinseco. In sostanza serve a promuovere i consumi.
È così, eppure camminando in mezzo alla gente che riempie le strade non si avverte quel senso di esasperazione che spesso connota eventi di questo genere. Come se ci fosse un argine di dignità sempre attivo, una particolare attitudine alla decenza (e ancora il rischio idealizzazione incombe).
Quando arriva la sera c’è una moltiplicazione esponenziale di presenze, i corpi si sprigionano dai muri, sbucano dai prati. La collina dell’Arnarhóll è interamente ricoperta di gente. Sul palco principale si esibisce una band che suona una specie di reggae islandese. Più in là, in fondo alla Grundarst, un’altra band suona furiosamente all’interno di un camion aperto su un lato, il rimbombo si propaga dappertutto. Dopo il reggae scopro che in Islanda esiste anche il metal; conta su non più di venti appassionati che però seguono il concerto con partecipazione orgogliosa scuotendo frenetici i capelli.
Alle undici di sera a due passi dall’Arnarhóll viene inaugurato l’Harpa, il nuovissimo Reykjavík Concert Hall. Nel giro di qualche secondo le centinaia di lamelle di vetro che compongono la facciata si accendono e dopo pochissimo, a enfatizzare il gioco delle luci, nello spazio di cielo nero antistante il porto saettano i fuochi d’artificio.
Secondo Herta Müller – che ai primi di settembre sarà ospite del Reykjavík International Literary Festival – “La patria è le cose che dico”. Bragason precisa che in Islanda lingua e letteratura sono un territorio reale quanto il territorio fisico, lessico sintassi e narrazione sono importanti come i campi di lava o le case in basalto grigio della capitale.
Può darsi che l’Islanda abbia compreso che se la crisi – di cui dall’ottobre del 2008 è stata uno degli epicentri – spinge al limite non semplicemente un’economia ma un intero sistema interpretativo della realtà, alla crisi si risponde con gli strumenti dell’economia (da contrapporre a quelli della finanza), con politiche equilibrate ed efficaci ma anche con una reinvenzione del sistema interpretativo stesso, mettendo a soqquadro nozioni, pratiche e stereotipi.
Trasformandosi da epicentro della crisi in epicentro della cultura.

 

 

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

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Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia

19 luglio 2011

 

 

Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia. LibOn dà fiato al post pubblicato da Minima & Moralia – blog della casa editrice Minimum Fax – capace in pochi giorni di destare notevoli discussioni. Da ultimo, il quotidiano Repubblica, con un articolo di Loredana Lipperini dal titolo Meno Titoli per tutti,  ne riprende il tema e ne rilancia le proposte.

 

Il tema: la decrescita del mercato editoriale

 

 

di Marco Cassini

Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni: noi editori spesso sbagliamo perché abbiamo sempre in mente come nostri diretti referenti i lettori; pensiamo al pubblico di lettori che segue le nostre scelte da anni e ci chiediamo: “Cosa penseranno di questa scelta? Leggeranno anche questo libro? Apprezzeranno il titolo su cui stiamo lavorando ora?” Ma in realtà quello che dimentichiamo è che noi editori solo molto raramente abbiamo un contatto, un rapporto diretto coi nostri lettori. Prima di convincere i nostri lettori dobbiamo convincere una serie di soggetti intermedi: il responsabile della nostra rete promozionale; che a sua volta convincerà i singoli promotori o agenti di vendita; che a loro volta parleranno del nostro libro a centinaia di librai di ogni regione d’Italia, che infine – solo al termine di questo tortuoso percorso – proporranno il nostro libro all”‘utilizzatore finale”. Perché è così che funziona normalmente il sistema distributivo editoriale.

Ora, però, sbugiardando quel mio stesso ragionamento, credo sia giusto riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore. Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato.
E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato. O quanto meno: cerchiamo di imparare (il più delle volte goffamente) alcune frasi idiomatiche che crediamo siano la lingua del mercato, nel tentativo di parlare al mercato che ci chiede di volta in volta di essere più aggressivi; di semplificare i materiali informativi perché il mercato non è un lettore colto; di usare paratesti sempre più simili al packaging di un prodotto da banco del supermercato; di confezionare i nostri libri con delle copertine che assomiglino ad altre copertine di successo; di promuoverli come qualcosa di riconoscibile non perché unico ma perché al contrario simile a qualcos’altro; di adottare strategie commerciali più facili come sconti, campagne promozionali, politiche di prezzo al ribasso. E così ci concentriamo più sul rapporto che la casa editrice ha o dovrebbe avere con gli agenti di vendita, con i buyer delle catene, con la grande distribuzione che sul rapporto con il lettore, l’unico che davvero conti, e rischiamo di trascurarlo, di non parlare più la sua lingua, che prima era la nostra lingua. E ci allontaniamo. Per un problema lessicale.

Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.
Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.
Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.

D’altro canto, e non è un dato trascurabile, il mercato editoriale italiano è solo uno dei tanti aspetti in cui si manifesta l’anomalia del nostro paese. Stando alla sua definizione e alla sua dichiarazione di intenti, “L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust (…) garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra  imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini”. Non dovrebbe quindi accettare o permettere che i principali distributori siano anche i soggetti che possiedono le più grandi catene di librerie, e addirittura siano a loro volta anche editori (e poi perfino grossisti, marchi di franchising, librerie online…) Nel nostro mercato editoriale, soggetti che in teoria dovrebbero avere interessi non coincidenti (librai, editori, distributori, grossisti) sono presenti in tutte le varie associazioni di categoria, e questo fa sì che si travesta da “accordo fra le parti” ciò che in realtà è solo l’esercizio di un potere dei pochi.

Allo stesso tempo più volte si è affacciata – proposta dal “mercato” sotto forma di consigli da parte di lettori librai promotori distributori, o suggerita implicitamente dai tabulati di vendita, dalle classifiche Nielsen, dalle ospitate al programma televisivo del momento, e così via – la possibilità di trovarci al bivio a cui ci affacciamo ogni giorno da anni ed essere tentati dalla via più battuta, dalla scorciatoia. E così magari ci è capitato di non limitarci a valutare un libro solo per le sue intrinseche qualità letterarie linguistiche contenutistiche formali ma anche immaginando le sue potenzialità di vendita. Anche qui si dirà: è il mercato, la casa editrice è un’azienda, deve far quadrare i conti. Eppure la storia di molte case editrici è fatta di goffi tentativi di andare “verso il mercato” senza averne la predisposizione capacità attitudine, e di successi di critica ma anche di vendite ottenuti proprio dai libri che “il mercato” (banalizzandolo e immaginandolo erroneamente come un enorme stomaco in grado di digerire solo best seller di scarsa qualità) apparentemente o teoricamente avrebbe dovuto rigettare. Il titolo di qualità che vende, l’autore letterario che vende (e ovviamente per vendita non parlo di giga-seller ma di numeri ancora dignitosamente, onestamente a quattro cifre) esistono.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l’impaginazione che usa, per l’investimento che l’editore ha fatto nella traduzione o nell’editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso. Perché il lavoro di ognuno di noi, credo, in fondo vuole dimostrare un principio semplice: il mio libro non è ilmiolibro.

Concordo dunque con l’idea di una graduale decrescita editoriale (proposta recentemente da Simone Barillari (leggi l’articolo) nell’ambito di una discussione in seno al gruppo di lavoro TQ-editoria, ma assai ben praticata e comunicata a lettori, giornali e librai, già qualche anno fa, dall’editore Marcos y Marcos): produrre meno per affogare meno le librerie, dare tempo ai librai e ai lettori (ma anche ai critici letterari e alle pagine culturali) di “assorbire” con i giusti tempi la produzione delle case editrici.

Se dovessi proporre ai miei amici e colleghi editori un ipotetico codice deontologico, mi soffermerei innanzi tutto su questi punti:
1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell’imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e a fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.
Il mercato in sé non è un’entità necessariamente brutta e cattiva, ma le regole che lo governano a volte sì. Fra le storture che regolano il mercato italiano oggi c’è quella di una legislazione fallace. Così come i Mulini a vento (un gruppo di editori di cui fanno parte Donzelli, Instar libri, Iperborea, minimum fax, La Nuova Frontiera, nottetempo, Voland) negli ultimi due anni si sono spesi per contribuire a porre un primo piccolo argine (altri bisognerà costruirne) alla stortura della legislazione in materia di prezzo del libro, forse oggi ci si potrebbe impegnare a proporre al garante per l’Antitrust di regolamentare il mercato per evitare che tutta la filiera editoriale sia in mano a pochi soggetti in posizione dominante.
Perché le regole del mercato non le fa il mercato ma le facciamo (e quindi possiamo anche modificarle) noi che il mercato lo alimentiamo e lo nutriamo con le nostre idee, le nostre proposte, le nostre battaglie.
E ancor più perché – ricordiamo le parole trascritte poco sopra – in ballo non è solo la sopravvivenza di una piccola libreria di quartiere o di un editore indipendente, ma “il benessere dei cittadini”. E il nostro benessere – cioè di noi editori, lettori, librai; di noi cittadini – passa in gran parte per le pagine dei nostri libri.

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

 

AC

A sud di Lampedusa, Stefano Liberti

27 aprile 2011



A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti è il reportage di Stefano Liberti edito dalla casa editrice Minimum Fax.

Ora esce una nuova edizione: rivisitata dall’autore stesso che ha inoltre aggiunto un’inedita postfazione che ripercorre le ultime vicende.

Stefano Liberti è uno dei giornalisti italiani più impegnati nel tentativo di comprendere il fenomeno dei movimenti migratori dall’Africa verso l’Europa, uno dei pochi che, grazie ad una conoscenza approfondita e soprattutto diretta del fenomeno, abbia tentato di cambiare punto di vista sulla questione.


Le sue esperienze di reporter e di viaggiatore, durate cinque anni, sono abilmente trasferite in questo libro che ha il pregio di riuscire a coniugare la realtà, e la conseguente asciuttezza da reportage, al punto di vista di un narratore, ad una prima persona che osserva e racconta con passione storie di migranti, di viaggiatori, di avventurieri, rivelando una realtà umana che non immaginiamo neppure, una realtà che mascheriamo comodamente dietro la disperazione e la povertà, ma che nasconde storie di uomini il più delle volte istruiti, di classe media, relativamente benestanti nei paesi d’origine.


Ed è proprio in giorni come questi, che vedono i diritti umani messi da parte per far posto ad una ignorante e bieca indifferenza, che questo libro può svelare tutta la sua forza raggiungendo il pubblico che merita, quello che, inchiodato davanti ai teleschermi, giudica un fenomeno che non conosce minimamente, un fenomeno di cui vuole semplicemente ignorare l’esistenza ma di cui, prima o poi, dovrà assumersene le responsabilità.

Dal libro è stato tratto anche un documentario diretto da Andrea Segre di cui si possono vedere dei frammenti sul sito FortressEurope.

Vincitore del Premio giornalistico Marco Luchetta
Vincitore del Premio di Scrittura Indro Montanelli
Vincitore del Premio Carletti per il Giornalismo Sociale per l’articolo Ritorno a Lampedusa

Il testo riprende il post di Booksblog.it

Le fotografie sono state scattate a Lampedusa nel mese di ottobre 2010

Il libro

Stefano Liberti, A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti, Minimum Fax, Roma, 2011

L’autore

La casa editrice

La libreria

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Il mio impero è nell’aria, Gianluigi Ricuperati

15 marzo 2011

 

Il mio impero è nell’aria è il romanzo di Gianluigi Ricuperati editato, tra gli altri, da Christian Raimo, Nicola Lagioia, Martina Testa, e pubblicato da Minimum Fax.

Vic Gamalero è un ragazzo nevrotico e geniale: ossessionato dal denaro, incapace di distinguere la linea che separa la gratuità dell’affetto dalla pervasiva presenza dei soldi, se ne fa prestare continuamente da genitori, amici, fidanzate, sconosciuti, provando ogni volta qualcosa di simile al sentimento amoroso.

 


Imbastisce menzogne di ogni genere, inventa e veste molteplici identità (si improvvisa giornalista e impresario teatrale, si spaccia per architetto e consulente d’impresa); nel frattempo, la sua natura camaleontica e la sua stupefacente capacità di entrare nelle vite degli altri lo portano a contatto con persone di ogni tipo: disadattati, miliardari, recuperatrici di credito, eroine del volontariato.

Fino a quando, tra debiti e truffe, Vic si ritroverà sull’orlo del baratro.

 

Scritto con una lingua rapida e avvincente, ricco di dialoghi battenti, scene indimenticabili e squarci di pura comicità, Il mio impero è nell’aria è il ritratto di un formidabile antieroe italiano del terzo millennio: cattolico, borghese ma sempre ai margini della convivenza civile, il suo rapporto patologico col denarolo conduce nelle viscere di un paese che proprio del denaro – il suo desiderio, la sua cronica mancanza o la sua scandalosa abbondanza – sembra aver fatto una malattia inguaribile.

 

Le immagini visualizzate sono dipinti di René Magritte

 

 

Il libro

Gianluigi Ricuperati, Il mio impero è nell’aria, Roma, Minimum Fax, 2011

 

 

L’autore


 

L’articolo sul Sole 24

 

 

La casa editrice

 

 

La libreria

 

 

 

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Contromano, Storia della Minimum Fax dal 1993 al 2008

2 febbraio 2011

 

Contromano, Storia della Minimum Fax dal 1993 al 2008 è un saggio storico e critico capace di insinuarsi nell’editoria romana con uno sguardo assieme culturale e imprenditoriale. Comprensivo di un bel catalogo ragionato.

Ci sono tutti i materiali per poter ragionare intorno alle strategie poste in essere dal duo Marco Cassini e Daniele Di Gennaro. Ciò che ne qualifica l’impresa non è il semplice affidarsi alle nuove tecnologie comunicative: prima il pionieristico fax, ora il web, con intelligente sfruttamento del sito promozionale. E neppure è il caso di insistere sugli aspetti di attivismo multimediatico, incline al cinema e al fumetto, alla musica e alla vignettistica: questa sembra ormai una strada obbligata per le sigle minori, impossibilitate a partecipare alle grandi aste in cui si acquistano i diritti di pubblicazione.

 

Piuttosto bisogna guardare come i due soci di Ponte Milvio trattino i materiali d’autore a carattere secondario, in modo da confezionare un oggetto raffinato e appetibilmente underground. Vale a dire libri/non libro, antologie, autobiografie e raccolte di massime, diari di lavorazione cinematografica. Soprattutto interviste e riprese editoriali. Le prime sottratte al ciclo effimero del giornalismo e gratificate di dignità libraria, in quanto “genere” a se stante. Le seconde offerte a un lettore medio-colto e tendenzialmente anglofilo in sofisticate collezioni vintage o postmodern come “Classics” (Barth, Barthelme, Algren, Yates): spesso con le medesime traduzioni d’origine, però ravvivate tramite apparati e prefazioni di peso.

Perno vero di questa operazione è un criterio di auraticità autoriale, di riconsacrazione della scrittura. Un atteggiamento che mira non a innovare il prodotto libro, ma a ricrearlo (con innovazioni grafiche e di impaginazione soprattutto).

 

Sono pubblicati stralci dall’articolo di Bruno Pischedda uscito con il Domenicale del Sole 24Ore, domenica 30 gennaio 2011, pag. 10-11

 

 

Il libro

Gianfranco Tortorelli, Contromano, Storia della Minimum Fax dal 1993 al 2008, Pendragon, Bologna, 2010

 

L’autore

Gianfranco Tortorelli è ricercatore presso il Dipartimento di Discipline Storiche della Facoltà di Lettere e insegna Storia dell’editoria nella specialistica e Storia contemporanea nella triennale
Corso di Laurea in Storia per la specialistica
Corso di Laurea in Lettere per la triennale.

Altri libri dell’autore

  1. Gianfranco Tortorelli, Il torchio e le torri, Editoria e cultura a Bologna dall’Unità al secondo dopoguerra, Pendragon, Bologna, 2006
  2. Gianfranco Tortorelli, Modernità e tradizione. Cesare Ratta e la Scuola d’Arte Tipografica di Bologna, Pendragon, Bologna, 2009

 

 

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