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In una stanza sconosciuta, Damon Galgut

13 settembre 2011

 



 

Non so dirvi se In una stanza sconosciuta  di Damon Galgut sia un romanzo, un reportage, un mémoire. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.

La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. E questo, è uno scrittore di ottima fattura. Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice.

Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo.

Viaggiare diventa per l’autore un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che lui racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.

 

 

C’è anche una bella recensione scritta da Carlo Mazza Galanti per Alias (Il Manifesto) e ripubblicata da Minima & Moralia: eccola!

 

 

Il testo è tratto da Nazione Indiana; l’autore è Gianni Biondillo

L’immagine in apertura è un’opera di Lucian Freud

 

 

 

Il libro in lingua

Damon Galgut, In a Strange Room, Europa Editions, 2010

 

 

 

Il libro in italiano

In una stanza sconosciuta, E/O, Roma, 2011

 

 

 

 

L’autore

 

 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

AC

Un capolavoro assoluto: La Torre di Uwe Tellkamp.

2 novembre 2010

Voglio riportare un post pubblicato su Nazione Indiana (http://www.nazioneindiana.com/).

Volgiamo la nostra attenzione alla grande letteratura, andiamone in cerca!

 

Quando il capolavoro non è annunciato

di Mario Fortunato

Paradossi di fine estate. I giornali italiani fanno a gara a pronosticare quale sarà il capolavoro letterario dei prossimi tempi. I più cosmopoliti puntano su Jonathan Franzen e il suo romanzo Freedom, appena uscito negli Usa e molto osannato dal «Time» che gli ha dedicato una copertina. Il guaio è che Einaudi – l’editore italiano di Franzen – lo pubblicherà solo nel febbraio 2011 e il lettore nostrano, che perlopiù non legge in lingua originale, per ora non può certo esprimersi. Sarà anche per questo motivo che un’altra frazione mediatica (per esempio il «Corriere della Sera») indulge al prodotto autoctono e così giura sul testo a cui sta lavorando Alessandro Piperno. Sarà lui l’autore del prossimo romanzo che metterà le braghe al mondo?

Intendiamoci: tanto Franzen quanto Piperno sono eccellenti autori, almeno fin qui. Tuttavia, appare stucchevole discettare su libri che ancora non si sono letti (o addirittura scritti). Non sarebbe più sano occuparsi di ciò che il convento ha già passato? Ma qui casca l’asino. Perché il guaio è che la nostra critica letteraria legge poco, è distratta e in generale preferisce altre occupazioni a quella che le sarebbe propria: e infatti, invece di seguire e tenersi aggiornata, discute molto da qualche decennio se il romanzo sia in crisi, o addirittura morto, o almeno giù di corda. Con l’aggiunta dell’elettrizzante interrogativo: quale è il ruolo del critico? E giù pagine di giornali.

Voi chiederete: ma in tutto questo, quale è il paradosso di fine estate? Il paradosso di fine estate è che, più o meno all’inizio dell’estate, l’editore Bompiani ha mandato in libreria un autentico capolavoro. Un libro straordinario, vertiginoso, che in certa misura pare chiudere i conti con la grande letteratura novecentesca, da Musil a Mann a Proust, e insieme aprire un varco narrativo verso il nuovo. Un romanzo di oltre mille e trecento pagine, che assorbe e trasporta il lettore in una dimensione completamente astratta e completamente determinata: “un’opera mondo”, secondo la felice (benché contraddittoria) definizione che Franco Moretti ha creato per le grandi narrazioni epiche della modernità come il Faust, l’Ulisse, Moby Dick eccetera. Questo libro meraviglioso e sconcertante si intitola Der Turm, lo ha scritto un tedesco di Dresda di quarantadue anni, Uwe Tellkamp, e l’alluvionale romanzo, in patria e un po’ dappertutto dove è stato finora tradotto, ha riscosso un’enorme attenzione (in italiano, lo ha reso, con rarissimi cedimenti, la valorosa Francesca Gabelli). Ora voi pensate che qui da noi se ne sia accorto qualcuno?

Dell’opera di Tellkamp avevo sentito parlare a Berlino nel dicembre 2008. Il romanzo era appena uscito in Germania e molti, giustamente, gridavano al capolavoro. Parecchi i paragoni con I Buddenbrook di Thomas Mann. Così, quando nei mesi scorsi La torre è uscito anche da noi, mi sono precipitato a leggerlo, recensendolo su queste colonne: suggerivo anzi al lettore, considerata la mole del volume, di affrontarlo come vero e proprio compito per le vacanze. E qualcuno ha seguito il consiglio – ho ricevuto più di una email in proposito. Ma i critici? Gli addetti ai lavori? I giornali? Quelli che si appassionano alla divinazione dei capolavori letterari del futuro? Niente. A parte qualche trafiletto e un bell’articolo del germanista Luigi Forte sulla «Stampa», nient’altro.

E così la strepitosa vicenda della famiglia Hoffmann (Richard, Anne e i figli Christian e Robert), abitanti della Caravella, insieme alle sorelle Stenzel, André Tischer e i Griesel; i pensieri e le note segrete dell’indimenticabile Meno Rohde (fratello di Anne), zoologo, redattore delle Edizioni Hermes, e le beghe dei suoi coinquilini nella Casa dai Mille Occhi (Alois Lange con la moglie Libussa, la famiglia Stahl, i gemelli Kaminski e l’odiosa coppia degli Honich); il tronfio e insopportabile mondo letterario della Dresda anni Ottanta, il drammaturgo Eschschloraque, la giovane Judith Schevola, i super tromboni Jochen Londoner e Altberg (il Vecchio della Montagna); la tragica avventura di quella che fu la Germania comunista, la cosiddetta DDR, in cui nessuno poteva dire di non essere spiato da un regime così persecutorio da aver trasformato la paranoia in pura burocrazia, prima che tutto crollasse, nel tardo autunno del 1989, col Muro di Berlino; tutto questo – la saga di una novella Atlantide affondata per sempre e per sempre scomparsa – raccontato con una lingua che è un miracolo di eleganza e profondità, è stato in Italia semplicemente ignorato.

Che vergogna. Direi che perfino l’editore Bompiani non si è accorto di niente: perché, se ha indubbiamente avuto il merito di farci conoscere questo libro (che fra qualche decennio sarà ricordato come un punto fermo del secolo in corso), non ha però avuto il coraggio di sostenerlo come forse era necessario. Peccato, porca miseria, peccato.

L’articolo è apparso su «L’Espresso»,  ottobre 2010.

AC

Fonte: http://www.nazioneindiana.com/2010/11/02/quando-il-capolavoro-non-e-annunciato/#more-37080