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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin

20 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin è stata di recente ristampata dalla casa editrice torinese Einaudi. Fu scritta nel 1935 e più volte rimaneggiata. Ora viene riproposta in una versione infine filologica, corredata di note e varianti, a cura di Francesco Valagussa.

 

 

 

 

Nel 1934, sei anni prima di uccidersi al confine franco-spagnolo per sfuggire alla Gestapo, l’autore pronunziò a Parigi la conferenza intitolata L’autore come produttore. Regolato sull’orologeria della battaglia antifascista, sulle sue urgenze, il testo si interrogava su come intellettuali e artisti potessero riconvertire a un pronto uso rivoluzionario le macchine. Cioè, in senso largo, i nuovi mezzi capitalistici di comunicazione e produzione culturale: stampa, radio, fotografia… Lo stesso teatro, “che invece di entrare in concorrenza con i moderni strumenti” dovrebbe “applicarli e imparare da essi”. Se non altro per spezzare la divisione del lavoro, forare la diga che separa autore e pubblico. Tra guardinghe spinte utopiche – che l’effimera esperienza proto-sovietica dell'”arte socializzata” aveva galvanizzato, ma che il patto Hitler-Stalin del ’39 avrebbe presto raso al suolo – nell’autore si andava precisando l’idea che, nella grande mobilitazione moderna, a fare arte non è più, o è sempre meno, “il soggetto quanto piuttosto l’apparato tecnico” ricorda Massimo Cacciari: “O l’arte si immerge totalmente nel sistema dell’innovazione oppure cessa di avere un significato”. Riparandosi in forme consolatorie, passatiste, contemplative. O viceversa attivamente reazionarie: come quelle che, a suo tempo, Benjamin riconosceva nella movenza futurista, con la sua estetizzazione “fascista” della macchina-nuova bellezza. Tendenza che oggi sembra prolungarsi, ma in versione postpolitica, in quei linguaggi creativi che vibrano acriticamente al brivido di ogni pseudonovità tecnologica.

La metropoli dei passages – le gallerie commerciali – , dei grandi magazzini, delle Esposizioni Universali, è apoteosi del capitale, della forma-merce che si fa forma di vita, del denaro che rende ogni cosa equivalente, qualitativamente “indifferente”; ma, per le stesse ragioni, la grande città è anche il momento che innesca la contraddizione-lavoro, la lotta di classe, la rivolta. Perciò, l’artista moderno o è metropolitano – e si carica di tutti questi contrasti – oppure non è. In un altro suo saggio recente, La città (Pazzini editore), la post-metropoli attuale è inseguita come “delirio”, cioè continua cancellazione dei vecchi confini urbani. Quelli della città fordista, strutturata secondo le esigenze di produzione industriale e scambio del vetero-capitalismo, e ancora progettabile, pianificabile. Mentre oggi “la città è ovunque. Quindi non c’è più. Si è trasformata in città-territorio” e “non è dunque programmabile”. Un monstre. “Questo è il dramma di tutti gli architetti e gli urbanisti” contemporanei. Fuori da ogni retorica sociologizzante sulle neo-metropoli liquide, dalle incessanti metamorfosi (un’ex area industriale che adesso è un’università e domani sarà centro commerciale…) – la nuova forma della città è secondo Cacciari: “un unico processo di dissoluzione di ogni identità urbana”. Una dinamica che, obbedendo alla razionalità globale del nuovo turbo-capitalismo, si rivela, allo stato, razionalmente ingovernabile. “Oggi non sembrano esserci politiche in grado di governare efficacemente i territori” dice l’ex-sindaco di Venezia. “I problemi – basti pensare al più imponente: quello ecologico – potranno essere affrontati solo a livello sovracomunale, sovrastatuale, sovranazionale”. Ma dirne di più adesso sarebbe strologare. Quel domani è terra incognita, “Hic sunt leones” sorride Cacciari.

 

 

 

Il testo riprende due brani dell’articolo di Marco Cicala pubblicato su Venerdì di Repubblica in data 13/01/2012

Le immagini sono opere di Roy Lichtenstein

 

 

 

 

 

Il libro

 

 

 

 

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Il narratore, Walter Benjamin

8 febbraio 2011

Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, è il saggio di Walter Benjamin che Einaudi ripubblica in questi giorni.

 

Si dovrebbe leggere questo libro anzitutto perché bello. L’autore fu un genio. Bello per eleganza del tono, la struttura quasi teatrale, l’incanto di alcune frasi. La saggezza.

 

Poi bisognerebbe leggerlo per l’argomento trattato: la narrazione. In realtà sarebbe un saggio su Leskov (scrittore russo considerato grande da Tolstoj), ma in realtà questo è il pretesto dell’autore per parlare di parole, frasi e intrecci. Narrazioni.

 

Il tema è per noi più attuale che per Benjamin, l’autore. Come tutti avranno notato, viviamo in una civiltà che ha scelto di farsi governare dalla narrazione. Le parole e i racconti ci accompagnano, sia che lo vogliamo sia che non lo vogliamo. Che ce ne rendiamo conto o no. Allora bisogna almeno esserne consci.

 

Lo storytelling struttura le pubblicità, i discorsi dei personaggi pubblici (molti di loro), il linguaggio dei media in genere. Allora: siamo sempre in grado di distinguere “il reale” dal virtuale? I fatti dal loro racconto?

 

Benjamin ci mostra il confine tra queste cose. Se la narrazione è una magia cui non dobbiamo rinunciare, lui spiega come non rimanerne stregati; se le storie sono strumenti per difenderci dalla falsa semplicità dei fatti, lui suggerisce come non diventarne schiavi.

 

L’articolo trae spunto e cita Alessandro Baricco, La Repubblica, martedì 8 febbraio, pag. 39

Le immagini pubblicate sono illustrazioni di Anna Godeassi. Il suo magnifico sito.

Il libro

Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, Einaudi, Torino, 2011

L’autore

Walter Benjamin

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