Archive for the ‘Zygmunt Bauman’ Category

Modernità liquida, Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

Modernità liquida è l’ultimo saggio di Zygmunt Bauman pubblicato dalla casa editrice Laterza.

 

Presento il libro associandolo a una poesia di Eugenio Montale: Fine di settembre; da Quaderno di quattro anni (1977).

Il canto del rigògolo

è un suono d’ordinaria amministrazione

Non fa pensare al canto degli altri uccelli

Sto qui in una mezz’ombra  Per alzare la tenda

si tira una funicella Ma oggi è troppa fatica

anche questo È tempo di siccità

universale, le rondini inferocite

sono pericolose Così vocifera

la radio delle vicine allevatrici di gatti

 e pappagalli Di fuori sfrecciano macchine

ma non fanno rumore, solo un ronzìo un sottofondo

al martellìo vocale del rigògolo

Molta gente dev’essere sulla spiaggia

in quest’ultimo ponte di fine settimana

Se tiro la funicella eccola là

formicolante in prospettiva Quanto tempo è passato

da quando mi attendevo colpi di scena

resurrezioni e miracoli a ogni giro di sole

Sapevo bene che il tempo era veloce

ma era una nozione scritta nei libri

Sotto lo scorrimento temporale

era la stasi che vinceva il giuoco

era un’infinitudine popolata

ricca di sé, non di uomini, divina

perché il divino non è mai parcellare

Solo ora comprendo che il tempo è duro, metallico

è un’incudine che sprizza le sue scintille

su noi povere anime ma svolge il suo lavoro

con un’orrenda indifferenza a volte

un po’ beffarda come ora il canto

del rigògolo il solo dei piumati

che sa farsi ascoltare in giorni come questi

 

 

 

L’immagine in apertura è un’opera di William Kentridge

 

 

Rimando al post sull’introduzione al libro: qui

 

 

 

Il libro

Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2011

 

 

 

L’autore


 

 

 

La libreria

 

 

 

 

 

 

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I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman

23 settembre 2011

 

 

I fondamentalisti dell’economia: Zygmunt Bauman così scrive nell’introduzione al suo ultimo libro Modernità liquida (Laterza, 2011) -.

All’epoca dell’Illuminismo di Bacone, Cartesio o Hegel, in nessun luogo della Terra il livello di vita era più che doppio rispetto a quello delle aree più povere. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito procapite 428 volte maggiore di quello del paese più povero, lo Zimbabwe. E si tratta, non dimentichiamolo, di paragoni tra valori medi, che ricordano la proverbiale statistica dei due polli. […] L’abisso sempre più profondo che separa chi è povero e senza prospettive dal mondo opulento, ottimista e rumoroso, è un’altra evidente ragione di grande preoccupazione. […] Ma c’è anche un’altra ragione di allarme, non meno grave. I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; del resto, arricchirsi è un valore tanto desiserato solo in quanto aiuta a migliorare la qualità della vita, e “migliorare la vita” significa, nel gergo degli addetti della chiesa della crescita economica, ormai diffusa su tutto il pianeta, “consumare di più”. […] Quello che viene ignorato in questo silenzio, è l’avvertimento lanciato due anni fa da Tim Jackson in nel libro Prosperità senza crescita: entro la fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti dovranno sopravvivere in un ambiente dal clima ostile e povero di risorse, tra distruzione degli habitat decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazioni di massa e inevitabili guerre”. […] Già nel 1990, una ventina d’anni prima del volume di Jackson, in Governare i beni collettivi, Elinor Ostrom, aveva avvertito che la convinzione propagandata senza sosta secondo cui le persone sono naturalmente portate a ricercare profitti di breve termine, non regge alla prova dei fatti. […] È tempo di chiedersi: quelle forme di vita in comunità che la maggior parte di noi conosce unicamente attraverso le ricerche etnografiche sulle poche nicchie oggi rimaste, sono davvero qualcosa di irrevocabilmente concluso?

 

 

 

Il testo è apparso su Repubblica in data 21-09-11, pag. 37

L’immagine in apertura è una fotografia di Édouard Boubat

 

 

 

 

Rimando al post del libro: qui

 

 

 

 

 

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The London Riots, Zygmunt Bauman

13 agosto 2011

 

 

 

The London Riots. On Consumerism coming Home to Roost è  l’articolo che Zygmunt Bauman ha pubblicato sul Social Europe Journal in data 09-08-11.

 

 

These are not hunger or bread riots. These are riots of defective and disqualified consumers.

Revolutions are not staple products of social inequality; but minefields are. Minefields are areas filled with randomly scattered explosives: one can be pretty sure that some of them, some time, will explode – but one can’t say with any degree of certainty which ones and when. Social revolutions being focused and targeted affairs, one can possibly do something to locate them and defuse in time. Not the minefield-type explosions, though. In case of the minefields laid out by soldiers of one army you can send other soldiers, from another army, to dig mines out and disarm; a dangerous job, if there ever was one – as the old soldiery wisdom keeps reminding: “the sapper errs only once”. But in the case of minefields laid out by social inequality even such remedy, however treacherous, is unavailable: putting the mines in and digging them up needs to be done by the same army which neither can stop adding new mines to the old nor avoid stepping on them – over and over again. Laying mines and falling victims of their explosions come in a package deal.

All varieties of social inequality derive from the division between the haves and the have-nots, as Miguel Cervantes de Saavedra noted already half a millennium ago. But in different times having or not having of different objects is, respectively, the states most passionately desired and most passionately resented. Two centuries ago in Europe, a few decades ago still in many some distant from Europe places, and to this day in some battlegrounds of tribal wars or playgrounds of dictatorships, the prime object setting the have-nots and the haves in conflict was bread or rice. Thank God, science, technology and certain reasonable political expedients this is no longer the case. Which does not mean though that the old division is dead and buried. Quite on the contrary… The objects of desire, whose absence is most violently resented, are nowadays many and varied – and their numbers, as well as the temptation to have them, grow by the day. And so grows the wrath, humiliation, spite and grudge aroused by not having them – as well as the urge to destroy what have you can’t. Looting shops and setting them on fire derive from the same impulsion and gratify the same longing.

We are all consumers now, consumers first and foremost, consumers by right and by duty. The day after the 11/9 outrage George W. Bush, when calling Americans to get over the trauma and go back to normal, found no better words than “go back shopping”. It is the level of our shopping activity and the ease with which we dispose of one object of consumption in order to replace it with a “new and improved” one which serves us as the prime measure of our social standing and the score in the life-success competition. To all problems we encounter on the road away from trouble and towards satisfaction we seek solutions in shops.

From cradle to coffin we are trained and drilled to treat shops as pharmacies filled with drugs to cure or at least mitigate all illnesses and afflictions of our lives and lives in common. Shops and shopping acquire thereby a fully and truly eschatological dimension. Supermarkets, as George Ritzer famously put it, are our temples; and so, I may add, the shopping lists are our breviaries, while strolls along the shopping malls become our pilgrimages. Buying on impulse and getting rid of possessions no longer sufficiently attractive in order to put more attractive ones in their place are our most enthusing emotions. The fullness of consumer enjoyment means fullness of life. I shop, therefore I am. To shop or not to shop, this is the question.

For defective consumers, those contemporary have-nots, non-shopping is the jarring and festering stigma of a life un-fulfilled – and of own nonentity and good-for-nothingness. Not just the absence of pleasure: absence of human dignity. Of life meaning. Ultimately, of humanity and any other ground for self-respect and respect of the others around.

Supermarkets may be temples of worship for the members of the congregation. For the anathemised, found wanting and banished by the Church of Consumers, they are the outposts of the enemy erected on the land of their exile. Those heavily guarded ramparts bar access to the goods which protect others from a similar fate: as George W. Bush would have to agree, they bar return (and for the youngsters who never yet sat on a pew, the access) to “normality”. Steel gratings and blinds, CCTV cameras, security guards at the entry and hidden inside only add to the atmosphere of a battlefield and on-going hostilities. Those armed and closely watched citadels of enemy-in-our-midst serve as a day in, day out reminder of the natives’ misery, low worth, humiliation. Defiant in their haughty and arrogant inaccessibility, they seem to shout: I dare you! But dare you what?

 

 

 

L’ispirazione alla pubblicazione del testo si deve a Nazione Indiana, primo blog ad averlo divulgato.

 

 

 

 

 

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Vite che non possiamo permetterci, Zygmunt Bauman

23 marzo 2011

 

Vite che non possiamo permetterci è l’ultimo libro di Zygmunt Bauman edito da Laterza.

Il diritto, l’economia, la cultura, la politica, la religione, i sentimenti al tempo nostro e secondo Bauman.

Un esempio tra i tanti delle nostre esistenze: nel 2006 solo negli Stati Uniti sono stati eseguiti undici milioni di interventi cosmetici. La pubblicità tipica di una clinica di chirurgia cosmetica (attività che ha ormai dato vita a una enorme e lucrosa industria) è carica di tentazioni cui difficilmente una donna preoccupata per il proprio aspetto riesce a resistere.

 

E così la storia si ripete per l’ennesima volta: un corpo femminile ‘non migliorato’ è stato scoperto come ‘terra vergine’ non ancora messa a coltura. Neanche un centimetro quadrato del corpo di una donna è impossibile da migliorare. La vita è incerta – per una donna ancor più che per un uomo – e quell’insicurezza è potenzialmente un capitale che nessun uomo d’affari degno di questo nome terrebbe fermo. Poiché nessuna quantità di Botox, per quanto regolarmente applicata, potrà fugare quell’insicurezza, le aziende possono ben sperare in un flusso continuo e crescente di profitti.

L’arte della vita, tanto sfaccettata, si può ridurre (questo il messaggio) a una sola tecnica: lo shopping sapiente e coscienzioso. Al quale nemmeno il corpo sfugge. Anche a costo di trasformarci tutti, vecchi e giovani, in una razza di debitori.

 

 

 

Il libro

Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Laterza, Roma-Bari, 2011

 

 

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