MetaMaus, Art Spiegelman

16 gennaio 2012

 

 

 

MetaMaus, l’ultima opera di Art Spiegelman, è stata recentemente pubblicata da Penguin Books.

Come Marcel Proust ha modificato le regole della narrazione, Maus. A Survivor’s Tale di Art Spiegelman nel 1986 ha cambiato le sorti della letteratura per immagini. Pubblicato tra il 1973 e il 1991, il premiatissimo romanzo a fumetti (auto)biografico ha rivoluzionato la Graphic Novel.
Per raccontare la tragedia della seconda guerra mondiale, l’autore ha inventato un mondo abitato solo da animali: gli ebrei sono topi, i nazisti gatti, i francesi rane e così via.
Nell’unica data italiana, oggi l’artista americano incontra il pubblico in un’esclusiva lezione per immagini dove dimostra perché il fumetto è un genere da non sottovalutare. In quella che McLuhan definì cultura “postletterata” il suo peso è destinato a crescere perché “i fumetti sono una sorta di eco del modo in cui il cervello lavora. La gente pensa in forma di immagini iconografiche piuttosto che in ologrammi, in esplosioni di linguaggio e non in paragrafi”.

 

 

 

Le immagini sono tratte dal blog Caartonist Globale del Sole 24 Ore

 

 

 

 

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Whatever Happened to Sex in Scandinavia, Marta Kuzma e Pablo Lafuente

11 gennaio 2012

 

 

 

 

Whatever Happened to Sex in Scandinavia, a cura di Marta Kuzma e Pablo Lafuente è  un libro autonomo ma anche il catalogo a posteriori di una mostra tenutasi lo scorso anno a Oslo, presso l’Office for Contemporary Art.

 

Vienna 1968. Una ragazza con un bel cappottino porta al guinzaglio un uomo a quattro zampe. È Valie Export, star della performance femminista, insieme a quel Peter Weibel che sarebbe poi diventato un teorico dei new media. Quell’immagine può essere assunta come simbolo dello spartiacque tra un prima e un dopo, tra un tempo in cui la provocazione a sfondo erotico aveva caratteri progressivi e un tempo, il nostro, in cui l’esibizione del sesso è diventata quasi sempre un sintomo regressivo, legato al lucro della pornografia. Questo passaggio è al centro del libro.

Negli anni Sessanta “la svedese” era un mito: quella bellissima e che per di più ci sta. Dietro a questo stereotipo c’erano stati, dall’inizio del Novecento, decenni di ricerca sulla necessità di svincolare il sesso dalle nascite, sulla possibilità di considerare l’aborto una decisione libera della donna, sull’opportunità di una condivisione del potere tra maschi e femmine, sull’accettazione dell’omosessualità. Nel libro troviamo raccolti tutti i testi che hanno tessuto questa trama corale, spesso di incredibile modernità. La differenza tra l’apertura mentale scandinava e certo moralismo americano fu palpabile quando, nel 1968, il film svedese I Am Curious-Yellow di Vilgot Sjoman fu bandito negli Stati Uniti: di contenuto politico, il suo potenziale eversivo fu considerato tanto più temibile in quanto conteneva scene di nudità frontale anche maschile. Alla radice dei cambiamenti in corso, dunque anche di quel film e dello scandalo che suscitò, stavano la disgregazione della famiglia rurale, il ruolo crescente delle donne nel lavoro e la diminuzione e il controllo della prole. Sul piano teorico, furono fondamentali i testi degli psicoanalisti del dopo-Freud, da La Rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich (1936) ed Eros e Civiltà (1955) di Herbert Marcuse. La rivista Evergreen Review, organo intellettuale del mondo beat e hippie, sfidava continuamente il pubblico con immagini di nudità e amore libero commiste a saggi dotti e a testi classici censurati. (…) La Scandinavia era avamposto naturale per le tematiche della liberazione, già da quegli anni Trenta in cui Oslo era diventata una possibile via di fuga culturale dall’Europa del totalitarismo; similmente, Vienna era stata abituata alle tematiche del corpo dal movimento azionista e da un Novecento artistico fatto da ribelli come Klimt, Kokoschka o quell’Egon Schiele che chiedeva a giovani prostitute di stare ore in pose mortificanti; l’America era meno preparata a sopportare l’urto di un certo immaginario e quando questo divenne di massa – Woodstock è un buon esempio – iniziò a reagire in due modi: con la censura, da un lato, fatta di dossier dei Servizi di Stato, e dall’altro usando la libertà che avanzava come un mezzo per nutrire la società dello spettacolo. Cinema, pubblicità, gadget iniziarono a usare l’eros e non hanno più smesso.

Paradossale ma vero, i movimenti di liberazione sessuale sono stati condotti al risultato opposto: una nuova prigione, i valori della seduzione come mezzo per vendere. Già nel 1973 il filosofo Jean François Lyotard ha usato il termine svedese posering come sinonimo di mostrare il corpo (a questo punto solo femminile) come un oggetto di consumo. Dieci anni dopo il regista Harun Farocki ha prodotto un film in cui ha ricostruito il backstage di un set pornografico per “Playboy”. Ancora oggi la sessualità è un campo di battaglia con cui gli artisti , come noi tutti, facciamo costantemente i conti.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Angela Vattese pubblicato su Domenica del Sole 24 Ore in data 08/01/12

 

 

 

 

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Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Giorgio Steimetz

9 gennaio 2012

 

 

 

 

 

Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente è il libro inchiesta di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino), probabile “fonte” di Pasolini su Eugenio Cefis e la sua responsabilità nella morte di Mattei. Venne pubblicato nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni (Ami), una casa editrice finanziata da Graziano Verzotto, uomo vicino a Enrico Mattei e informatore di Mauro De Mauro, il giornalista dell’ Ora di Palermo ucciso dalla mafia due anni prima. Dopo pochi giorni scompare dalla circolazione.

Vive solo pochi mesi, poi sparisce. Dalle due sedi della Biblioteca Centrale spariscono anche le copie d’obbligo: se ne trova ancora traccia nel registro di quella fiorentina, ma il libro non c’è. E si capisce: l’autore racconta la spregiudicata avventura di uno dei timonieri del pubblico-privato, la mescolanza di poteri tra Stato e potenze occulte. Pier Paolo Pasolini sta lavorando sugli stessi temi e, forse (è il caso di Verzotto), sta utilizzando le stesse fonti; quell’anno comincia a scrivere Petrolio, il grande romanzo incompiuto sul Potere (Einaudi lo pubblicherà postumo nel 1992, 17 anni dopo la sua morte). Un romanzo del quale la critica ha enfatizzato l’aspetto omosessuale – la doppia vita di un ingegnere petrolchimico – mentre la vera sostanza di Petrolio è il “rapporto terribile tra economia e politica, le bombe fasciste e di Stato, la struttura segreta delle società “brulicanti”, come i loro nomi, in beffardi acronimi” (Gianni D’Elia, Il Petrolio delle stragi, Effigie, p. 22).

In realtà non fu “ritirato dal mercato”. Non si trattava infatti di un libro-inchiesta destinato a circolare presso il pubblico, ma di un libro in piccola tiratura, anonimo, scritto dalla stessa Agenzia che lo stampò (cioè da Corrado Ragozzino), con funzione di avvertimento o di minaccia, il cui fine era di raggiungere un solo e potente destinatario e i suoi amici, come dice lo stesso autore nell’introduzione.

Nel corso dell’inchiesta sull’omicidio di Mattei, il sostituto Procuratore Vincenzo Calia coglie per primo le analogie e le simmetrie tra Questo è CefisPetrolio e ha il merito d’aver collegato tra loro i fili di questa intricata matassa. Il 27 marzo 2009 l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno depositato alla Procura di Roma un’istanza di riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini. Quarant’anni dopo. Quarant’anni di verità negate.

 

 

 

 

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Il Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK, James Hepburn

6 gennaio 2012

 

 

 

 

Complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK è il libro inchiesta di James Hepburn (pseudonimo di autore/i sconosciuto/i) che uscirà in Italia, con un’intervista di Stefania Limiti a William Turner e una postfazione di Paolo Cucchiarelli, nel mese di gennaio 2012. La casa editrice è la romana Nutrimenti.

 

 

Dopo l’omicidio di Dallas la famiglia del presidente incaricò un gruppo di detective francesi e sovietici di indagare. Le conclusioni furono pubblicate in un libro (in Italia promosso da Agnelli) che scomparve dalle librerie di tutto il mondo. E ora riemerge.

 

 

Nell’agosto scorso sono state divulgate le conversazioni tra Jackie, moglie di John Kennedy, e Arthur Schlesinger, allora portavoce del presidente, nelle quali si accusa il successore Lyndon Johnson di essere stato uno degli ispiratori del complotto. E il prossimo anno cade il cinquantenario dell’omicidio politico che ha cambiato il mondo. Saranno desecretati i documenti top secret sul caso Kennedy. L’inchiesta che anima il libro fu voluta direttamente da Robert Kennedy, il fratello di JFK, ministro della giustizia quando John venne assassinato a Dallas, Texas, il 22 novembre del 1963. Robert venne ucciso a sua volta a Los Angeles nel giugno di cinque anni dopo. Il libro – inchiesta a doppia firma Sdece/Kgb – la redassero, appunto, i servizi segreti francese e sovietico.

 

 

 

Le immagini sono fotografie di Paul Fusco relative al saluto della popolazione americana al passaggio del treno con la salma di Robert Kennedy

Il testo è tratto dall’articolo di Piero Melati pubblicato sul Venerdì di Repubblica in data 06/01/2012

 

 

 

 

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I libri di Piero Coppo: il padre dell’etnopsichiatria. Con citazione di Frantz Fanon

4 gennaio 2012

 

 

 

Piero Coppo è il padre italiano dell’etnopsichiatria. Per presentarlo utilizzo una citazione da Frantz Fanon. Neuropsichiatra e psicoterapeuta, Coppo insegna Etnopsichiatria all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Come consulente dell’OMS ed esperto del Ministero degli Esteri italiano, ha lavorato a lungo in Mali e in Guatemala, in programmi di cooperazione sulla medicina tradizionale. Per Bollati Boringhieri ha pubblicato: Guaritori di follia. Storie dell’altopiano Dogon (1994), Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003), Le ragioni del dolore. Etnopsichiatria della depressione (2005), Negoziare con il male. Stregoneria e controstregoneria Dogon (2007). È anche autore di Etnopsichiatria (Il Saggiatore, 1996) e Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale (Colibrì, 1998).

 

Frantz Fanon nacque nel 1925 in Martinica da una famiglia borghese. Era “negro”: ebbe così modo di sperimentare gli effetti di questa qualità somatica negli svariati contesti che gli capitò di attraversare nella sua breve vita. Dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale combattendo con la Resistenza britannica,  poi con quella francese, nel 1951 si laureò in Medicina a Lione, e l’anno successivo iniziò a lavorare come psichiatra, prima a Saint-Alban, poi nel manicomio di Blida, in Algeria, dove raccolse dai suoi pazienti testimonianze dirette delle torture subite. Dopo tre anni rassegnò le dimissioni, con una lettera in cui accennava alla insopportabile contraddizione tra gli scopi della sua professione e il ruolo politico che, come dipendente dell’amministrazione coloniale, si trovava a ricoprire.

Se la psichiatria è la tecnica medica che si propone di consentire all’uomo di non essere più estraneo al suo ambiente, ho il dovere di dichiarare che l’arabo, alienato cronico nel proprio paese, vive in uno stato di totale spersonalizzazione… I fatti d’Algeria sono la conseguenza logica di un tentativo abortito di privare un popolo del suo cervello (da Lettera al Ministro residente, 1956, pag. 104)

Del 1961,  l’anno della sua morte, è la pubblicazione del suo ultimo scritto, I dannati della Terra, sorta di testamento politico prefato da Jean-Paul Sartre. Nel libro insorge contro l’esclusione di un miliardo e mezzo di uomini da parte di una minoranza tracotante e afferma che l’unica via di liberazione dal colonialismo è la lotta armata, rifiutando di riconoscere qualsiasi partito politico non generato direttamente nel corso della lotta.

Né Freud né Adler e neppure il cosmico Jung, nel corso delle loro ricerche, hanno pensato ai negri. Troppo spesso si dimentica che la nevrosi non è costitutiva della realtà umana. Lo si voglia o no, il complesso di Edipo fra i negri non è affatto sul punto di comparire. Ci si potrebbe far notare, con Malinowski, che il solo responsabile di questa assenza è il regime matriarcale. Ma, a parte il fatto che noi potremmo domandarci se gli etnologi, imbevuti del complesso della loro civiltà, non si sono sforzati di ritrovarne la copia presso i popoli da essi studiati, ci sarebbe relativamente facile dimostrare che nelle Antille francesi il novantasette per cento delle famiglie non possono dare origine a una nevrosi edipica. Incapacità di cui noi ci rallegriamo moltissimo. ( da Il negro e l’altro, Il Saggiatore, Milano, 1965)

 

 

 

 

Il testo della citazione è tratto dal volume Tra psiche e culture. Elementi di etnopsichiatria (2003)

L’immagine in apertura è una fotografia di George Rodger

 

 

 

 

 

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Dizionario amoroso degli esploratori, Michel Le Bris

30 dicembre 2011

 

 

 

Dizionario amoroso degli esploratori di Michel Le Bris è  un libro in cui, anziché ritrovarsi, splendidamente ci si perde. Labirinti, polverosi portolani, oceani di cose e di nomi irti di scogliere e cime tempestose.

 

L’autore, bretone marchiato dalla sua terra favolosa fin nel nome bisillabo tranchant come il bompresso di un brigantino, è un barbuto baleniere nell’anima, navigatore indomito di spazi illimitati, editore, scrittore e patron dei viaggiatori armati di penna di mezzo mondo. Egli  ha scritto un tomo di mille pagine che non è un Baedeker ma semplicemente la riproduzione della sua soffitta di Morlaix, quella dove si rifugiava dopo aver visto partire le grandi navi dai ventosi faraglioni del Nordovest, per squadernare al riparo dalla pioggia vecchi diari di viaggio illustrati, in quel pendolarismo talmudico fra il “fuori” e il “dentro”, la tana e gli spazi aperti, che sta alla base del sogno.

 

 

“Il fuori guarisce” dice Nicolas Bouvier, di cui Le Bris è stato editore e amico profondo, Bouvier autore di uno dei massimi libri di viaggio del ventesimo secolo, La polvere del mondo.

 

 

Attraverso la sfolgorante traduzione di Vera Verdiani che, lavorando sul polacco, ci ha già reso conoscibile Kapuscinski, entri in un percorso che non ha nulla di sistematico, in una soffitta dell’infanzia dove trovi il Passaggio a Nordovest ma anche la favolosa terra di Thule, la mappa della Patagonia e quella dell’Isola del Tesoro, Fridtjof Nansen monumento dell’esplorazione polare e un emerito bugiardo come Daniel Defoe, autore di un libro sul Madagascar nel quale non aveva mai messo piede. In questo spazio dei libri “amati” (da qui il magnifico titolo) lo Stretto di Magellano sta sullo stesso scaffale del regno perduto di Oz e del favoloso El Dorado. E attorno a te si affollano razziatori di antichità e atletici vincitori dell’impossibile, eccentriche ribelli vittoriane e imperturbabili originali come James Bruce, le cui avventure parvero così folli (eppur vere, tanto che fu riabilitato un secolo dopo) da ispirare la presa in giro de Il Barone di Münchausen di Rudolf Erich Raspe. A Carl Ethan Clarence Akeley, l’ineguagliabile impagliatore di elefanti-giganti poi diventato protettore degli ultimi gorilla, viene così dedicato più spazio che a Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud. I viaggi, come i libri, son fatti per ribaltare i luoghi comuni ed ecco che accanto a Marco Polo sbuca Rabban Sauma, un monaco cristiano cinese che negli stessi anni viaggia fino a Roma e oltre con una missiva del Khan per il Papa. Accanto alla “nostra” scoperta dell’America, Le Bris ci svela il suo contrario, la scoperta del Mondo Antico da parte dei pellirosse che nel 1509 attraversano l’Atlantico in canotto solo per vedere da dove viene l’uomo bianco. “Nihil ultra”, di là non c’è nulla, aveva inciso Ercole sulle colonne, ma l’Autore dissente, al punto di proclamare come incipit: “Di là c’è qualcosa”. Anzi, di là c’è “sempre” qualcosa. Basta uscire di casa.

 

 

 

Il testo è tratto dall’articolo di Paolo Rumiz pubblicato su Repubblica in data 29-12-11

L’immagine in apertura è un dipinto di William Turner

 

 

 

 

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Deng Xiaoping and the Transformation of China, Ezra F. Vogel

29 dicembre 2011

 

 

 

Deng Xiaoping and the Transformation of China di Ezra Feivel Vogel è un grande libro. Alcuni tra i più prestigiosi newspapers americani lo hanno inserito tra i migliori libri dell’anno 2011.

 

L’autore è professore emerito di Scienze sociali alla Harvard University. Forse nessun’altro studioso della storia, della società e della cultura cinese contemporanea meglio di lui avrebbe potuto addentrarsi nel vortice dei mutamenti del terzo paese del pianeta per estensione del territorio, secondo per volume dell’indotto dell’economia e primo per numero di abitanti.

 

Il personaggio cui ruota attorno questo studio è la personificazione del “mutamento cinese”. Forse nessun’altro nel corso del ventesimo secolo ha avuto un impatto più radicale e duraturo sulla storia  del mondo. Deng Xiaoping fu descritto da Mao Tse-Tung come un ago dentro una palla di cotone. Egli fu la guida pragmatica ed estremamente lucida alle spalle della rivoluzione economica della Cina nella seconda metà, e ancora di più, nell’ultimo quarto di secolo. Affrontò i danni prodotti dalla Rivoluzione Culturale, dissolse il culto della figura di Mao, spezzò le politiche che avevano imbrigliato l’economia del paese. Ossessionato dalla crescita economica e tecnologica, allacciò fondamentali rapporti commerciali con l’Occidente. Allo stesso tempo fu un capo autoritario: si ricordi il giro di vite ordinato in Piazza Tiananmen nel 1989.

 

 

Dopo aver studiato in Francia e in Russia, dove scoprì il Marxismo e il Leninismo, ritornò nel 1927 in Cina. Due anni dopo guidò la sommossa della provincia di Guangxi contro il governo del Kuomintang. Ben presto la rivolta fallì e lui si spostò nell’Area del Soviet Centrale nella provincia dello Jiangxi. Fu un veterano della Lunga Marcia, durante la quale servì come Segretario Generale del Consiglio Centrale del Partito Comunista. Da commissario politico sotto Liu Bocheng, organizzò importanti campagne militari durante la guerra con il Giappone contro il Kuomingtang, durante la Guerra Civile. Essendo un sostenitore di Mao Tse-tung,  fu incaricato dallo stesso Mao di ricoprire nel nuovo governo cariche importanti. Nel 1957, dopo aver appoggiato ufficialmente Mao nella sua Campagna Anti-Conservatrice, divenne Segretario Generale del Partito Comunista Cinese dirigendo gli affari quotidiani del paese assieme al Presidente Liu Shaoqi. Al crescere del disincanto nei confronti del grande balzo in avanti di Mao, Deng e Liu, all’interno del PCC, acquisirono sempre più influenza e potere. Attuarono delle riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Deng e Liu collaborarono con tenacia, per adottare una linea politica più concreta, in opposizione alle idee radicali di Mao. Gradualmente emerse come leader de-facto della più popolosa nazione del mondo nei primi anni successivi alla morte di Mao nel 1976.  Una volta al potere, egli si accorse della necessità di smontare parte dell’impalcatura culturale ed economica costruita da Mao e da lui nel corso di più di cinquant’anni: e lo fece. Faceva parte anche lui di quella manciata di contadini rivoluzionari che aveva condotto la Cina: un gruppo che include Mao Tse-tung e i fondatori delle dinastie Han e Ming.

 

 

 

 

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La libreria consiglia: Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana, Giorgio Bocca

27 dicembre 2011

 

 

 

 

La libreria consiglia la lettura de Il Provinciale. Settant’anni di vita italiana di Giorgio Bocca e cita l’Amaca di Michele Serra in memoria del giornalista scomparso.

 

Bocca è di quelli che, andandosene, ci lascia davvero soli. Questo sono i Padri: coloro che sanno quello che si deve e quello che non si deve fare. I Padri sanno tenere nascosti dubbi e debolezze, e se hanno paura (perché tutti hanno paura) non lo lasciano intendere. L’italiano di Bocca era netto e spedito, i suoi giudizi secchi come una fucilata, il rischio dell’inespressività, della debolezza di pensiero gli pareva la vera indegnità di ogni scrittura. Meglio correre il rischio il rischio della durezza. Nel Provinciale, che è uno dei pochi libri davvero decisivi per capire il Novecento italiano, ha raccontato senza un grammo di moralismo, e anzi facendosene attore egli stesso, l’euforia del boom, lo stordimento dell’Italia inurbata e arricchita, l’appartenenza all’epopea partigiana come bussola intatta, come discrimine morale. Era spesso aspro e pessimista, ma non era mai vinto e mai vile; e mano a mano che si disfacevano ideologie e certezze, in lui, anche da molto vecchio, si ritrovano lo sguardo chiaro del coraggio. Lo ammiravo molto e mi metteva soggezione. Non c’è giornalista di questo giornale che non si faccia, in questo momento, la domanda del figlio quando muore il padre: se saremo degni di lui.

 

 

 

Il testo è l’elzeviro – L’amaca – di Michele Serra pubblicato da Repubblica in data 27-12-11

 

 

 

 

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Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale, Giuseppe Berta

24 dicembre 2011

 

 

 

Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale è l’ultimo saggio di Giuseppe Berta edito dal Mulino.

 

La questione Fiat-Chrysler, con le sue incognite sul futuro, è la spia di ciò che potrà succedere domani ad altre grandi imprese, chiamate a scegliere fra proiezione internazionale e radicamento nel territorio d’origine. L’esperienza Fiat mostra come la ricerca di una soluzione internazionale possa rivelarsi una condizione di sopravvivenza.

 

L’alleanza Fiat-Chrysler ha costituito un punto di svolta nel panorama industriale del nostro paese. Sull’orlo del collasso al passaggio di secolo, dopo un difficile rilancio, la Fiat ha colto l’occasione della crisi globale del 2008 per trovare nel legame con la Chrysler la via d’uscita da una situazione altrimenti senza futuro. Ma ciò ha finito col proiettare la nostra maggiore impresa industriale fuori dei confini nazionali, calamitandola nei flussi di una dinamica globale che minaccia il suo ancoraggio al sistema italiano. Il progressivo distacco dall’Italia della sua impresa-simbolo pone perciò interrogativi sulle prospettive stesse del nostro industrialismo. C’è ancora spazio per la grande impresa?

L’autore insegna Storia contemporanea nell’Università Bocconi di Milano. I suoi libri più recenti sono: “Nord. Dal triangolo industriale alla megalopoli padana 1950-2000” (Mondadori, 2008), “L’Italia delle fabbriche. La parabola dell’industrialismo nel Novecento” (Il Mulino, III ed. 2009), “Eclisse della socialdemocrazia” (Il Mulino, II ed. 2010).

 

 

 

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The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo

23 dicembre 2011

 

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Don DeLillo è uno dei libri più importanti degli ultimi anni. È una raccolta di racconti – la prima dell’autore – uscita negli Stati Uniti da Scribner. La raccolta comprende le storie brevi composte dallo scrittore nella sua quarantennale carriera, parallelamente ai quindici romanzi. Questo libro, appena uscito, è stato accolto con entusiamo dall’intera critica di lingua inglese. Nove racconti, ognuno accompagnato da un’illustrazione, raccolti in ordine cronologico, con tanto di date, all’interno di tre sezioni. Il libro dà l’impressione di essere a un tempo sgargiante e riservato, arioso ed ermetico. La storia che dà il titolo al libro ha per protagoniste due monache che portano cibo e consolazione a uomini e donne di ogni età, gli sconfitti nella terra delle opportunità. Una vicenda di redenzione che parte dall’omicidio di una bambina di nome Esmeralda, con un personaggio che si chiama Ismael (chiaro il riferimento a Moby Dick).

 

Quando noi diciamo di amare uno scrittore, noi distorciamo la verità: quello che intendiamo dire è di amare una parte dello scrittore. Talvolta la sua metà, talvolta più, talvolta meno. La grande presenza di Joyce nella letteratura del ‘900 si deve soprattutto a Ulysses, meno a Dubliners. Possiamo gettare via i tre tentativi di “romanzi completi” di Kafka, senza eliminare la sua stravolgente originalità. George Eliot ci ha dato un solo libro leggibile, e questo è diventato l’archetipo della Anglophone novel. Ogni pagina di Dickens contiene un paragrafo che anima ed eccita, e uno che respinge (…) Milton consiste nel Paradise Lost. Anche William Shakespeare, che in genere elude ogni limite mortale, cade sotto questa legge (…) Io amo l’opera di Don DeLillo; questo equivale a dire amo End Zone (1972), Running Dog (1978), White Noise (1985), Libra (1988), Mao II (1991), e la prima e l’ultima parte di Underworld (1997).

 

 

 

Il primo brano è tratto dall’articolo di Antonio Monda pubblicato su Repubblica in data 22-12-11

Il secondo brano è tratto (e tradotto) dall’articolo di Martin Amis pubblicato sul New Yorker in data 21-11-11

 

 

 

Il libro

The Angel Esmeralda. Nine Stories, Scribner Book Company, 2011

 

 

 

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